• 23 Gennaio 2022 10:28

PIA DE’ TOLOMEI E IL FEMMINICIDIO IN FAMIGLIA – “RICORDITI DI ME, CHE SON LA PIA”

DANTE E PILLOLE DI DIRITTO ATTUALE

“L’opera e il pensiero di Dante poggiano chiaramente su una impalcatura di matrice legale. La centralità del diritto si avverte soprattutto nella Commedia: Dante immagina l’aldilà come una struttura amministrativa fortemente regolata, dotata di una complessa rete di leggi locali, giurididizioni gerarchiche, punizioni e ricompense ben calcolate” (Justin Steinberg, Dante e i confini del diritto).
Qui però si vuole solo un’occasione, nell’anniversario dei 700 anni dalla mortre del Poeta, per (ri)leggere qualche passo del capolavoro, anch’esso bene comune, italiano e dell’umanità.
E, solo secondariamente, aggiungere qualche spunto di riflessione: giusto affinchè, per il piacere della lettura di tale opera, non si resti troppo distaccati dalla realtà.

PIA DE’ TOLOMEI E IL FEMMINICIDIO IN FAMIGLIA – “RICORDITI DI ME, CHE SON LA PIA”

Pompeo Marino Molmenti, Pia De’ Tolomei condotta in Maremma, olio su tela, 1853

Purgatorio, Canto V, 133-136

«ricorditi di me, che son la Pia:
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma»

Dove ci troviamo

All’interno dell’opera, ossia la Comedìa, comunemente più conosciuta come Divina Commedia, ci troviamo nella Cantica del Purgatorio, al Canto V: ai tempi nostri (settecento anni dalla morte del Poeta) viene ricordato soprattutto per la figura femminile, che vi compare, di Pia de Tolomei, e viene facile il parallelo con il Canto V dell’Inferno, e con l’altra figura femminile di Francesca da Rimini (o, più precisamente, da Polenta), in quanto accumunate dall’essere state entrambe uccise dal proprio marito.

A Francesca da Rimini Dante dedica circa metà del Canto V dell’Inferno: tra i lussuriosi morti violentemente (ne abbiamo parlato in altra “pillola”, sulla Regina Semiramis), è incuriosito in particolare da due anime unitissime anche nella terribile pena (nella bufera infernal, che mai non restamena li spirti con la sua rapina e voltando e percotendo li molesta, chiama quei due che ’nsieme vanno, e paion sì al vento esser leggeri, per parlare di quello amor che i mena): si avvicinano al Poeta sia Paolo Malatesta che Francesca da Polenta, lui piange, lei parla, raccontando tutta la loro storia.

Dalla nascita a Ravenna, nella terra della foce del Po, dove il fiume arriva al mare con i suoi affluenti (siede la terra dove nata fui su la marina dove ’l Po discende per aver pace co’ seguaci sui), all’innamoramento con il cognato, molto più bello del fratello (Giovanni Malatesta, detto Giangiotto in quanto ciotto, ossia zoppo), che aveva sposato per intese tra famiglie nobiliari: Paolo si invaghì (amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende prese costui de la bella persona che mi fu tolta, parafrasabile con l’amore, che si attacca subito al cuore nobile, prese costui per il bel corpo che mi fu tolto); Francesca non resistette (amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona, parafrasabile con l’amore, che non consente a nessuno che sia amato di non ricambiare, mi prese per la bellezza di costui con tale forza che, come vedi, non mi abbandona neppure adesso): un amore tanto forte quanto irresistibile, che ancora permane e li tiene uniti dopo la morte.

Questo sentimento li portò alla stessa tragica fine (Amor condusse noi ad una morte, ossia la stessa morte), e trattandosi di un amore lussurioso si trovano, peccatori, all’Inferno; tuttavia nessuna giustificazione per chi, pur tradito, si vendicò brutalmente (Caina attende colui che ci uccise: ossia, nel IX e ultimo Cerchio dell’Inferno, la prima zona del lago Cocito, così chiamata da Caino che uccise il fratello Abele, in cui i traditori dei parenti sono imprigionati nel ghiaccio fino al collo, col viso rivolto in basso).

A Pia de Tolomei Dante riserva pochi versi del Canto V del Purgatorio: prima di raggiungere la porta presieduta dall’angelo guardiano, nell’antipurgatorio ove devono sostare le anime dei penitenti (non ancora ammessi a scontare le pene nelle varie cornici), superata la spiaggia (che ospita i contumaci, ossia coloro che sono morti dopo essere stati colpiti da scomunica; i quali devono attendere trenta volte il tempo in cui in vita sono stati ribelli alla Chiesa), e la prima balza (che ospita i pigri a pentirsi; i quali devono attendere altrettanto tempo della loro vita), Dante e Virgilio arrivano quindi nella seconda balza (che ospita i morti per forza prima di pentirsi; i quali che devono aspettare un tempo imprecisato).

Iin questo ripiano roccioso alcune anime che stavano cantando il miserere si avvicinano (E ‘ntanto per la costa di traverso venivan genti innanzi a noi un poco, cantando ‘Miserere’ a verso a verso), incuriosite dal fatto che il corpo del Poeta proiettasse l’ombra, e dunque fosse una persona vivente, in carne ed ossa (Quando s’accorser ch’i’ non dava loco per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco).

Tre anime, in particolare.

Le prime due (Jacopo del Cassero e Bonconte di Montefeltro) accennano a episodi di contese politiche e delle battaglie tra città, particolarimente cruente, in cui persero la vita, e chiedono a Dante, se tornando tra i vivi incontrerà dei loro parenti, di raccomandare ad essi di pregare per loro, onde abbreviare l’espiazione delle colpe a cui sono soggetti.

La terza, una donna (Pia de’ Tolomei), fa a Dante analoga richiesta: ricordarsi di lei, s’intende nelle preghiere.

A tal fine sintetizza la sua vita con l’uccisione da parte del marito: pochissime parole struggenti nella sinteticità (il luogo in cui nacque, Siena, e in cui morì, la Maremma, e il disfacimento per esprimere la tragica fine: Siena mi fé, disfecemi Maremma), garbatamente rivolte (chiede sì al Poeta di ricordarsi di lei nelle preghiere, ma dopo che, tornato dal viaggio, si sarà riposato: Deh, quando tu sarai tornato al mondo, e riposato de la lunga via … ricorditi di me) , che ce la fanno apparire come una persona dolce (l’articolo prima del nome, comune nel linguaggio familiare, con cui si presenta rende il colloquio amichevole: son la Pia), vittima di un destino crudelmente ingannatore (amaramente allude a colui che le diede prima l’anello nuziale, e quindi la promessa di indissolubile fedeltà, e le diede poi, appunto, la morte: salsi colui che ‘nnanellata pria disposando m’avea con la sua gemma).

Dante non lo precisa ma anche costui, a seguito di un tale efferato gesto, si sarà ritrovato all’Inferno, probabilmente nella Caina come Giangiotto, imprigionato nel ghiaccio.

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via»,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,
«ricorditi di me, che son la Pia:
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria 
disposando m’avea con la sua gemma»

«Orsù, quando sarai tornato sulla Terra
e avrai riposato per il lungo cammino»,
proseguì un terzo spirito dopo il secondo,
«ricordati di me, che sono Pia (de' Tolomei);
nacqui a Siena e fui uccisa in Maremma;
lo sa bene colui che, dopo avermi chiesto in sposa,
mi aveva dato l'anello nuziale»

Chi era Pia de’ Tolomei

Pia de’ Tolomei è stata una gentildonna senese vissuta nel XIII secolo, andata sposa a Nello di Inghiramo dei Pannocchieschi della Pietra, signore del Castel di Pietra in Maremma (ora un rudere, in provincia di Grosseto), podestà di Volterra e Lucca, in legami politici con Siena.

Negli archivi storici è documentato il suo secondo matrimonio, con Margherita Aldobrandeschi, contessa di Sovana e Pitigliano; quasi nulla vi si ritrova invece sul suo primo matrimonio, con Pia de’ Tolomei, che nel 1297 avrebbe fatto assassinare, facendola gettare da una finestra, dopo averla rinchiusa nel castello, forse per la scoperta di una infedeltà, o forse per liberarsi di lei, desiderando il nuovo matrimonio.

A Pia de’ Tolomei nell’ottocento Gaetano Doninzetti dedicò un’opera lirica; più recentemente, Gianna Nannini l’ha fatta protagonista di un’opera rock, Dolente Pia, presentata anche a Sanremo ma non ricordata tra i suoi successi.

Insomma: forse un delitto d’onore, comunque un femminicidio in famiglia.

Cose d’altri tempi ?

Il termine “femicide”, in lingua inglese, risale ai primi dell’ottocento (se ne trova traccia, per la prima volta, in uno scritto del 1801).

Ha però acquisito valenza anche scientifica solo negli ultimi anni novanta:

  • la criminologa Diana Russell (1992) individuò il concetto, usando il termine femmicidio (violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «perché donna», la violenza è cioè l’esito di concezioni e pratiche misogine);
  • l’antropologa Marcela Lagarde (1993) estese il concetto, usando il termine femminicidio.

Propriamente, femmicidio è specificazione di omicidio: è l’uccisione di una donna, per ragioni connesse al suo essere donna.

Estensivamente, femminicidio è qualsiasi forma di violenza, fisica e morale, nei confronti di una donna, per ragioni connesse al suo essere donna: oltre all’omicidio anche le percosse, oltre alle minacce anche l’esercitare una oppressione, una pressione, un ricatto, anche il costringere a vivere in un certo modo anzichè in un altro (e gli esempi possono essere innumerevoli: dal come vestirsi, al poter uscire etc etc).

Nella lingua italiana “femminicidio” è (traiamo dal dizionario Devoto-Oli) “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.

Se ne parla più spesso da quando l’Assemblea dell’ONU, l’Organizzazione Nazionale delle Nazioni Unite, che si occupa non solo di mantenere la pace e la sicurezza nel mondo, ma anche di promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, con la risoluzione 17 dicembre 1999 n. 54/134, ha deciso di designare il giorno 25 novembre di ciascun anno come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ed ha invitato i governi, le istituzioni internazionali e quelle nazionali, ed in generale le associazioni, ad organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno su tali temi.

Ed è anche grazie a ciò che si sono fatti enormi progressi.

In Italia, sino a non molti anni fa, la legislazione era maschilista e retrograda.

Solo con una legge del 1981 (L. n. 442/81) si ha la l’abrogazione:

  • della “causa d’onore” (art. 587 C.P, che prevedeva una pena molto minore per l’omicidio di moglie, figlia o sorella, se scoperte in illegittima relazione carnale, e quindi in stato d’ira a causa dell’offesa all’onore, proprio o della famiglia)
  • del “matrimonio riparatore” (art. 544 C.P., che prevedeva, attraverso una tale cerimonia, l’estinzione del reato di corruzione di minorenni).

Solo con una legge del 1996 (L. n. 66/96) vengono riformulati i reati di violenza sessuale, che erano prima “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” (abrogazione artt. 519 e s.s. C.P.) e diventano “delitti contro la libertà personale”(introduzione artt. 609 bis e s.s. C.P.).

Negli ultimi venti anni sono stati introdotti numerosi isituti di protezione:

  • nel 2001 si è avuta l’introduzione degli ordini di protezione contro gli abusi familiari da parte del Giudice Civile (artt. 342 bis e 342-ter C.C., ex L. n. 154/01) e l’introduzione dell’allontanamento dalla casa familiare da parte del Giudice Penale (art. 282 bis C.P.P., ex L. n. 154/01)
  • nel 2006 si è avuta l’introduzione del reato di Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili (artt. 583 bis e 583 ter C.P., ex L. n. 7/06)
  • nel 2009 si è avuta l’introduzione del reato di Atti persecutori (c.d. Stalking) (art. 612 bis C.P., ex L. n. 38/09) e l’introduzione del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (art. 282 ter C.P.P. ex l. 38/09);
  • nel 2013 sono state emanate Nuove norme per il contrasto della violenza di genere che hanno l’obiettivo di prevenire il femminicidio e proteggere le vittime (D.L. n. 93/13, converito nella L. n. 242/13), tra cui: l’inasprimento delle pene; l’estensione dei casi di irrevocabilità della querela e di arrestabilità in flagranza; l’introduzione di uno speciale potere del Pubblico Ministero, su informativa della Polizia giudiziaria, di richiedere al Giudice provvedimenti inibitori urgenti, vietando all’indiziato la presenza nella casa familiare e di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa; il potenziamento dei centri antiviolenza e dei servizi di assistenza, con formazione degli operatori.

Ultimo, ma non ultimo: i reati di maltrattamenti ai danni di familiari o conviventi e di stalking sono stati inseriti tra i delitti per i quali la vittima è ammessa al gratuito patrocinio (D.P.R. n. 115/02, Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia) anche in deroga ai limiti di reddito (Parte III, Patrocinio a spese dello stato. Titolo I, Capo II, Art. 76, Condizioni per l’ammissione, comma 4-ter).

Il fenomeno in generale della violenza di genere resta gravissimo (secondo dati ISTAT, negli ultimi 5 anni, oltre 4 milioni di donne hanno subito violenza: più del 10% della popolazione, una donna su 10), ma gli sforzi non sono vani (i numeri dimostrano un calo, un miglioramento (nell’ordine, nei 5 anni, di un 10%).

Nel 2014, all’indomani delle misure da ultimo ricordate, le donne uccise in Italia furono in tutto 114, nel 2020 sono state 69 (vedasi i dati in www.femminicidioitalia), analogamente al 2019 (furono sempre 69) e al 2019 (erano state 72); (quindi la pandemia ed i lockdown non hanno inciso, almeno su questo dato.

La meta comunque è ancora lontana da raggiungere.

Piccola riflessione finale

In tema di contrasto alla violenza di genere la legislazione italiana, una volta tanto, è all’avanguardia.

Il problema è allora l’attuazione (come quando gli istituti di protezione intervengono con ritardo, o vengono elusi facilmente dagli aggressori), e quindi di mezzi (soprattutto per la rete dei centri antiviolenza), ma non solo.

La stragrande maggioranza degli episodi si verifica tra persone che si conoscono, e quindi erano assolutamente prevedibili: la vittima non aveva denunciato la situazione, forse sottovalutando il pericolo, ovvero ignorando i rimedi.

Quindi serve maggiore informazione, soprattutto quanto all’esistenza ed all’attività dei centri antiviolenza, ed alla possibilità di fruire dell’assistenza di un avvocato senza dovere pagare alcunchè (questo appunto vuol dire, per la donna, il patrocinio a spese dello stato).

Ben venga, ogni anno , il 25 novembre, la ricorrenza e le celebrazioni Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, con i suoi simboli (le scarpe rosse, la sedia vuota, il muro delle bambole etc etc).

Non ci possiamo nascondere, d’altra parte, un problema, gravissimo, di fondo e culturale: occorre educare al rispetto e alla non violenza.

Tuttavia i giovani d’oggi sono bombardati, quotidianamente, da immagini e parole che trasmettono messaggi, più o meno apertamente o subliminalmente, in senso contrario all’obiettivo di cui sopra.

In generale: violenza (basti pensare ai videogiochi ed ai film).

Nell’ambito poi della affettività e della sessualità: mercificazione del corpo e aggressività dell’approccio (basti pensare al materiale pornografico a chiunque accessibile navigando nel web).

Anche la censura è violenza, si suole dire, e la libertà d’espressione è garantita; ma non stupiamoci, in un tale contesto, della crisi di quelli che riteniamo valori. * * *

Il testo completo del Canto V del Purgatorio:

 Io era già da quell' ombre partito,
 e seguitava l'orme del mio duca,
 quando di retro a me, drizzando 'l dito,
 una gridò: «Ve' che non par che luca
 lo raggio da sinistra a quel di sotto,
 e come vivo par che si conduca!».
 Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
 e vidile guardar per maraviglia
 pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.
 «Perché l'animo tuo tanto s'impiglia»,
 disse 'l maestro, «che l'andare allenti?
 che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
 Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
 sta come torre ferma, che non crolla
 già mai la cima per soffiar di venti;
 ché sempre l'omo in cui pensier rampolla
 sovra pensier, da sé dilunga il segno,
 perché la foga l'un de l'altro insolla».
 Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
 Dissilo, alquanto del color consperso
 che fa l'uom di perdon talvolta degno.
 E 'ntanto per la costa di traverso
 venivan genti innanzi a noi un poco,
 cantando 'Miserere' a verso a verso.
 Quando s'accorser ch'i' non dava loco
 per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
 mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
 e due di loro, in forma di messaggi,
 corsero incontr' a noi e dimandarne:
 «Di vostra condizion fatene saggi».
 E 'l mio maestro: «Voi potete andarne
 e ritrarre a color che vi mandaro
 che 'l corpo di costui è vera carne.
 Se per veder la sua ombra restaro,
 com' io avviso, assai è lor risposto:
 fàccianli onore, ed esser può lor caro».
 Vapori accesi non vid' io sì tosto
 di prima notte mai fender sereno,
 né, sol calando, nuvole d'agosto,
 che color non tornasser suso in meno;
 e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
 come schiera che scorre sanza freno.
 «Questa gente che preme a noi è molta,
 e vegnonti a pregar», disse 'l poeta:
 «però pur va, e in andando ascolta».
 «O anima che vai per esser lieta
 con quelle membra con le quai nascesti»,
 venian gridando, «un poco il passo queta.
 Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,
 sì che di lui di là novella porti:
 deh, perché vai? deh, perché non t'arresti?
 Noi fummo tutti già per forza morti,
 e peccatori infino a l'ultima ora;
 quivi lume del ciel ne fece accorti,
 sì che, pentendo e perdonando, fora
 di vita uscimmo a Dio pacificati,
 che del disio di sé veder n'accora».
 E io: «Perché ne' vostri visi guati,
 non riconosco alcun; ma s'a voi piace
 cosa ch'io possa, spiriti ben nati,
 voi dite, e io farò per quella pace
 che, dietro a' piedi di sì fatta guida,
 di mondo in mondo cercar mi si face».
 E uno incominciò: «Ciascun si fida
 del beneficio tuo sanza giurarlo,
 pur che 'l voler nonpossa non ricida.
 Ond' io, che solo innanzi a li altri parlo,
 ti priego, se mai vedi quel paese
 che siede tra Romagna e quel di Carlo,
 che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
 in Fano, sì che ben per me s'adori
 pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
 Quindi fu' io; ma li profondi fóri
 ond' uscì 'l sangue in sul quale io sedea,
 fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
 là dov' io più sicuro esser credea:
 quel da Esti il fé far, che m'avea in ira
 assai più là che dritto non volea.
 Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,
 quando fu' sovragiunto ad Orïaco,
 ancor sarei di là dove si spira.
 Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco
 m'impigliar sì ch'i' caddi; e lì vid' io
 de le mie vene farsi in terra laco».
 Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
 si compia che ti tragge a l'alto monte,
 con buona pïetate aiuta il mio!
 Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
 Giovanna o altri non ha di me cura;
 per ch'io vo tra costor con bassa fronte».
 E io a lui: «Qual forza o qual ventura
 ti travïò sì fuor di Campaldino,
 che non si seppe mai tua sepultura?».
 «Oh!», rispuos' elli, «a piè del Casentino
 traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
 che sovra l'Ermo nasce in Apennino.
 Là 've 'l vocabol suo diventa vano,
 arriva' io forato ne la gola,
 fuggendo a piede e sanguinando il piano.
 Quivi perdei la vista e la parola;
 nel nome di Maria fini', e quivi
 caddi, e rimase la mia carne sola.
 Io dirò vero, e tu 'l ridì tra ' vivi:
 l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
 gridava: "O tu del ciel, perché mi privi?
 Tu te ne porti di costui l'etterno
 per una lagrimetta che 'l mi toglie;
 ma io farò de l'altro altro governo!".
 Ben sai come ne l'aere si raccoglie
 quell' umido vapor che in acqua riede,
 tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
 Giunse quel mal voler che pur mal chiede
 con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
 per la virtù che sua natura diede.
 Indi la valle, come 'l dì fu spento,
 da Pratomagno al gran giogo coperse
 di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,
 sì che 'l pregno aere in acqua si converse;
 la pioggia cadde, e a' fossati venne
 di lei ciò che la terra non sofferse;
 e come ai rivi grandi si convenne,
 ver' lo fiume real tanto veloce
 si ruinò, che nulla la ritenne.
 Lo corpo mio gelato in su la foce
 trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse
 ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce
 ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
 voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
 poi di sua preda mi coperse e cinse».
 «Deh, quando tu sarai tornato al mondo
 e riposato de la lunga via»,
 seguitò 'l terzo spirito al secondo,
 «ricorditi di me, che son la Pia;
 Siena mi fé, disfecemi Maremma:
 salsi colui che 'nnanellata pria
 disposando m'avea con la sua gemma».